
INTERVISTA ESCLUSIVA A MARIA SALVATORI
Abbiamo intervistato Maria Salvatori (violoncello) che si esibirà con Nicolas Margarit (pianoforte) martedì 12 gennaio 2027 alle ore 19.30 al Teatro Toniolo di Mestre.
Il progetto triennale dedicato alle opere di Beethoven per violoncello e pianoforte giunge al secondo appuntamento. Quale nuova tappa del suo percorso artistico rappresenta questo programma?
Lo scorso anno abbiamo deciso di aprire il progetto con la Terza sonata a cui abbiamo accostato opere di Franz Schubert favorendo la continuità stilistica e l’omogeneità temporale. Per questa seconda tappa, invece, con la Seconda e la Quarta sonata, abbiamo scelto opere di Luigi Boccherini e di Leoš Janácek, il primo, precursore del repertorio cameristico per violoncello e pianoforte e il secondo, una delle figure più originali del ‘900, che sviluppa e trasfigura la forma sonata portata al suo apice da Beethoven. L’idea è quindi quella di presentare un ampio raggio sonoro che attraversa i secoli illuminando l’intero spettro di potenzialità dei nostri strumenti.
La serata mette a confronto la giovanile Sonata op. 5 n. 2 e la più matura op. 102 n. 1. Che cosa raccontano queste due opere dell’evoluzione di Beethoven e del rapporto tra violoncello e pianoforte?
Le due sonate nascono in momenti molto diversi della vita di Beethoven e si trovano distanti non solo cronologicamente ma anche nella concezione stilistica della forma musicale. La Sonata no. 2 fu scritta durante il soggiorno berlinese e si racconta che il compositore l’abbia eseguita, insieme alla no. 1, davanti a Federico Guglielmo II re di Prussia dedicatario di entrambe, violoncellista lui stesso; cosa curiosa anche Boccherini aveva dedicato numerosi quartetti all’illuminato principe elettore di Brandeburgo. Già in questo brano, legato più alla tradizione classica di Haydn e Mozart, Beethoven crea un dialogo costante, prima intimo, poi vivace, esplorando la ricchezza di colori dei due strumenti pur nel deciso protagonismo del pianoforte. Ma è soprattutto con la Quarta sonata che le potenzialità drammatiche e liriche del violoncello vengono esaltate in un serrato dialogo alla pari; qui compaiono tutti gli elementi di una nuova rivoluzione che getterà un ponte verso il terzo ed ultimo periodo creativo di Beethoven.
Tra le due pagine beethoveniane trovano spazio Boccherini e la dimensione poetica di Pohádka di Janáček. Come nasce questo accostamento e quale prospettiva aggiunge all’ascolto?
Boccherini è una figura fondamentale nella storia del violoncello: le innumerevoli pagine delle sue composizioni mettono tutt’oggi alla prova la tecnica di noi violoncellisti, contribuendo in modo decisivo all’affermarsi del nostro strumento. Le sue sonate rappresentano una premessa importante, sia sul piano tecnico sia su quello della forma e del dialogo strumentale, agli sviluppi che troveremo poi in Beethoven: è certo l’interesse che suscitarono nel gigante di Bonn le sue sonate per violoncello e basso. Nel percorso temporale di questo programma, Boccherini rappresenta quindi in qualche modo un punto di partenza, mentre all’estremo opposto si colloca la Pohádka (“Racconto”) di Janáček – compositore che ho recentemente riscoperto attraverso i suoi quartetti d’archi e la meravigliosa sonata per violino – che a sua volta esprime uno dei tanti possibili punti di arrivo. Pur articolandosi in tre movimenti, quest’opera ispirata al poema epico in versi di V. A. Zukovskij, non segue la struttura tradizionale della sonata e con carattere quasi rapsodico più che narrativo trasporta l’ascoltatore in mondi e atmosfere legate al fiabesco.
Lei e Nicolas Margarit condividete una particolare attenzione alla prassi esecutiva storica. Come si traduce questa ricerca nel suono e nel dialogo tra i vostri strumenti?
Nicolas è un brillante fortepianista e, grazie a lui e ai preziosi insegnamenti di Mario Brunello e Mauro Valli nell’ambito della prassi esecutiva storicamente informata, mi sono avvicinata anch’io a questo mondo, sperimentando anche le corde di budello e l’arco classico. Lo studio e le conoscenze acquisite attraverso questo percorso hanno inevitabilmente influenzato il mio modo di leggere il testo musicale, le scelte di fraseggio, le arcate, l’approccio stilistico e, anche se può sembrare un paradosso, questo immergermi nel passato ha portato freschezza e energia nuova al mio approccio a questo repertorio.
Il concerto sarà preceduto da una prova aperta agli studenti. Che cosa cambia nel suo modo di raccontare la musica quando davanti a lei ci sono ragazze e ragazzi che forse la incontrano dal vivo per la prima volta?
Poter superare il confine che separa il palco, e quindi noi artisti, dal pubblico è un’opportunità preziosa, perché ci mette in discussione come musicisti e ci invita a riflettere su ciò che vogliamo comunicare attraverso la musica. Questo diventa ancora più stimolante quando ci troviamo davanti a giovani nostri coetanei, magari al loro primo incontro dal vivo con questo repertorio. Raccontare la nostra esperienza da studenti, rispondere alle loro domande e condividere con loro ciò che ci appassiona significa renderli partecipi di un mondo che troppo spesso viene percepito come distante, elitario o relegato al passato. Trovo molto gratificante provare a scardinare questi pregiudizi, dimostrando che la musica classica non è qualcosa di immobile o riservato a pochi, il “museo polveroso” di cui parlava Boulez, ma è un linguaggio vivo capace di parlare anche alle nuove generazioni, coinvolgerle ed affascinarle.
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