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INTERVISTA ESCLUSIVA A ENZO FAVATA

Mar 19, 2026 | Stagione concertistica

Abbiamo intervistato Enzo Favata che, assieme ai Tenores di Bitti, sarà in concerto martedì 24 marzo 2026 alle ore 19.30 al Teatro Toniolo.
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Com’è nata la tua collaborazione con i Tenores di Bitti?

La collaborazione con il canto dei Tenores di Bitti nasce da una passione che affonda le radici molto lontano, ben oltre il jazz. Sono di Alghero, una città in cui la lingua si è conservata nel tempo, ma dove molte tradizioni arcaiche si sono progressivamente perdute. Fin da ragazzo ho sentito il bisogno di cercare altrove quelle radici sonore, di capire dove viveva ancora quel suono primordiale, profondo, legato alla terra.
Il desiderio di unire il canto a tenore e il jazz prende forma alla fine degli anni ’80, quasi per caso: durante un viaggio in auto verso Cagliari, una radio libera si sovrappose alla trasmissione di Bitches Brew di Miles Davis. Fu un cortocircuito sonoro che mi colpì come una rivelazione. Due mondi lontanissimi che, per un attimo, si parlavano. In quel momento ho capito che quella frattura poteva diventare una direzione di ricerca.
Da lì è iniziato un lungo percorso. Ho cominciato a viaggiare in tutta la Sardegna, in quella che amo definire la mia “università della musica sarda”: feste religiose, pranzi interminabili, cantine, ovili, incontri informali in cui la musica nasceva senza palchi né microfoni. Lì ho fatto la gavetta incontrando i grandi maestri della cultura popolare sarda, dai suonatori di launeddas a quelli di organetto, stringendo amicizie nelle comunità dei pastori, frequentando le montagne, studiando i costumi, le tradizioni, l’antropologia visiva, il rapporto tra suono e territorio.
Tutto questo mentre, dall’altra parte, ero un giovane jazzista immerso nello studio di John Coltrane, Miles Davis, Ornette Coleman e di tanti altri. Due mondi apparentemente inconciliabili. Mi direte: è stata una pazzia? Sì, probabilmente lo è stata. Ma da quella tensione, da quel continuo stare in bilico tra tradizione e avanguardia, è venuta fuori la mia musica.
In quel percorso ho incontrato i vecchi Tenores di Bitti, custodi di un sapere antico che oggi in gran parte non esiste più o sopravvive con fatica. Da quell’incontro è nato uno studio profondo, un legame umano e artistico che mi ha accompagnato per decenni e che mi ha portato a registrare dischi, a viaggiare, a portare quel suono nei festival e nei teatri di tutto il mondo. Ho capito che il canto a tenore non è solo una forma musicale: è un modo di stare insieme, di respirare nello stesso tempo, di raccontare una comunità.
Negli anni successivi il mio percorso mi ha portato ad attraversare territori molto diversi: organici ampi, scritture orchestrali, progetti quasi sinfonici come Voyage en Sardaigne con la Metropole Orkest, lavori ispirati alla new thing degli anni Sessanta come The New Village, esperienze in cui la composizione e l’improvvisazione dialogavano con ensemble complessi. Ma a un certo punto ho sentito il bisogno di tornare all’essenza: ridurre, togliere, arrivare al cuore del suono, alla vibrazione primaria della voce.
Dopo oltre vent’anni insieme al gruppo storico Remunnu ‘e Locu — che nel tempo, anche per ragioni legate all’età e alla scomparsa di alcuni dei suoi componenti, si stava progressivamente riducendo — è maturata in me l’esigenza di cambiare rotta. Non per rompere con il passato, ma per trovare un modo nuovo di affrontare il canto, quasi un “canto 3.0”: una forma capace di restare fedele alla tradizione e allo stesso tempo di proiettarla nel presente.
Il progetto nasce da una riflessione maturata nel tempo: il canto a tenore non può essere considerato un oggetto da conservare, ma un organismo vivo, capace di dialogare con il presente senza perdere la propria identità. In questo lavoro le voci arcaiche si intrecciano con il respiro del jazz, con i paesaggi dell’elettronica, con strumenti acustici e con l’improvvisazione, creando una drammaturgia sonora che cambia ogni sera.
Al centro c’è il Coro Mialinu Pira, con Omar Bandinu, Marco Serra, Arcangelo Pittudu, Bachisio Pira e Mialinu Pira: ognuno portatore di una specifica funzione vocale e di una propria identità timbrica. La boghe solista che guida il canto, il mesu boghe che costruisce l’armatura armonica, la contra e il bassu con il loro suono gutturale, profondo, quasi tellurico. Un equilibrio antichissimo, tramandato oralmente, che diventa la base su cui costruire nuove traiettorie musicali.
L’incontro con questo coro più giovane ha aperto una prospettiva ulteriore. Musicisti con percorsi artistici differenti, non solo legati alla tradizione polifonica ma anche alla musica classica, contemporanea ed elettronica. Ho capito che il canto a tenore — per tradizione racchiuso in un cerchio compatto, chiuso in se stesso e nella sua millenaria identità — poteva essere aperto senza essere tradito.
In questo progetto il cerchio, infatti, si dilata: Omar Bandinu esce dall’assetto arcaico e suona tastiere, circuiti elettronici e cornetta; Marco Serra, baritono, passa alla batteria e alle percussioni; le voci continuano a essere il centro, ma il suono si espande, si muove nello spazio, si reinventa. Non più una forma immobile, ma una struttura viva.
Da questa visione nasce Polyphony of Stones — la “polifonia delle pietre”. Un’immagine che racconta bene il senso del progetto: un suono antico, minerale, stratificato, che porta dentro di sé secoli di storia e allo stesso tempo vibra nel presente. Le pietre come memoria e permanenza; la polifonia come movimento, trasformazione, relazione.
L’idea è stata quella di mantenere intatta la forza della tradizione e allo stesso tempo espanderla: permettere ad alcuni elementi di suonare altri strumenti, muoversi nello spazio sonoro, cantare e contemporaneamente costruire nuove traiettorie musicali. Non rompere il cerchio del tenore, ma allargarlo. Fare in modo che quella forma rituale diventasse una piattaforma di dialogo.
Così il canto non resta chiuso nella sua dimensione arcaica, ma respira nel presente. Accoglie altri linguaggi, si confronta con il jazz, con l’elettronica, con l’improvvisazione, con la scrittura contemporanea, senza perdere la propria anima. Anzi, rafforzandola. Perché una tradizione continua a vivere davvero solo quando è capace di trasformarsi.
In fondo, tutto il mio percorso nasce da questa tensione: mettere in relazione mondi lontani, creare ponti tra epoche, far dialogare memoria e futuro. Il canto dei Tenores di Bitti è uno dei luoghi più potenti in cui questa ricerca prende forma. Perché lì dentro c’è la Sardegna più profonda, ma anche un linguaggio universale, capace di parlare a chiunque, in qualsiasi parte del mondo.

 

Polyphony of Stones unisce jazz, elettronica e i canti ancestrali dei Tenores di Bitti: cosa rende questo incontro così speciale per chi verrà ad ascoltarlo?

Polyphony of Stones unisce jazz, elettronica e i canti ancestrali dei Tenores di Bitti in un incontro che non è solo musicale, ma profondamente umano e sensoriale. Non è una semplice fusione di linguaggi: è un’esperienza in cui epoche, geografie e visioni diverse convivono nello stesso spazio sonoro e si trasformano a vicenda.
Il progetto nasce da una riflessione maturata nel tempo: il canto a tenore non può essere considerato un oggetto da conservare, ma un organismo vivo, capace di dialogare con il presente senza perdere la propria identità. In questo lavoro le voci arcaiche si intrecciano con il respiro del jazz, con i paesaggi dell’elettronica, con strumenti acustici e con l’improvvisazione, creando una drammaturgia sonora che cambia ogni sera.
Al centro c’è il Coro Mialinu Pira, con Omar Bandinu, Marco Serra, Arcangelo Pittudu, Bachisio Pira e Mialinu Pira, ciascuno portatore di una specifica funzione vocale e di una propria identità timbrica: la boghe solista che guida il canto, il mesu boghe che costruisce l’armatura armonica, la contra e il bassu con il loro suono gutturale, profondo, quasi tellurico. Un equilibrio antichissimo, tramandato oralmente, che diventa la base su cui costruire nuove traiettorie musicali.
La particolarità di questo gruppo è anche il percorso personale dei cantori: non solo custodi della tradizione polifonica, ma musicisti che hanno attraversato la musica classica, la contemporanea e l’elettronica. Questo permette al cerchio tradizionale del tenore di aprirsi: alcuni di loro suonano strumenti, entrano ed escono dal ruolo vocale, trasformando la forma arcaica in una struttura dinamica, viva, in movimento.
In alcuni momenti tutto si ricompone e si torna all’origine: ci ritroviamo al centro del palco e cantiamo a cuncordu, la tradizione religiosa arrivata in Sardegna con la dominazione spagnola. È uno dei passaggi più intensi e sospesi del concerto: il tempo sembra fermarsi, il suono diventa respiro collettivo, rituale, quasi liturgico. È lì che si percepisce con forza quanto questa musica appartenga a una dimensione comunitaria prima ancora che artistica.
Questo progetto si inserisce naturalmente nel mio percorso: dopo anni di esperienze orchestrali e grandi architetture sonore, il bisogno di tornare all’essenza, alla voce come primo strumento, al suono come paesaggio. Dal sinfonico al tribale, dall’arrangiamento scritto alla vibrazione ancestrale. La ricerca non è quella di contaminare per effetto, ma di trovare un punto d’incontro autentico tra linguaggi.
È lì che jazz e canto a tenore smettono di essere mondi separati e iniziano a parlarsi davvero. L’improvvisazione incontra la memoria, la libertà si misura con la radice, la contemporaneità si intreccia con millenni di storia che riaffiorano nello stesso respiro sonoro. Le melodie nascono dalla terra, ma si proiettano in avanti; i droni elettronici amplificano la dimensione arcaica; gli strumenti a fiato dialogano con le voci come se appartenessero alla stessa origine.
Per chi ascolta, tutto questo si traduce in un’esperienza immersiva: non si assiste semplicemente a un concerto, ma a un attraversamento di paesaggi interiori, a un viaggio che parte dalla Sardegna più profonda e arriva a un linguaggio universale. Polyphony of Stones è un’immersione quasi onirica, una narrazione sonora fatta di silenzi, energia, lirismo e tensione. Ed è proprio questa intensità, questa autenticità, che rende l’incontro così speciale e difficile da dimenticare

 

Che emozione provi nel portare la tradizione sarda in un contesto così innovativo e contemporaneo?

Per chi mi conosce e conosce il mio percorso musicale, è chiaro che la mia vita artistica è sempre stata orientata all’innovazione, alla ricerca di strade nuove e alla necessità di non restare mai fermo dentro un solo linguaggio. Portare la tradizione sarda in un contesto contemporaneo come Polyphony of Stones non è una rottura, ma una conseguenza naturale del mio modo di intendere la musica: è anche, ogni volta, un ritorno a casa.
Arriva dopo aver attraversato mondi sonori molto diversi tra loro. Penso al mio quartetto elettrico The Crossing, da cui è uscito proprio in questi giorni un nuovo album, un progetto in cui si fondono scrittura contemporanea, improvvisazione, elettronica e una forte matrice ritmica, con un suono aperto e internazionale; oppure al mio quintetto storico, totalmente acustico, Atlantico, con cui ho appena registrato un nuovo lavoro per un’importante etichetta internazionale insieme a musicisti con cui condivido da anni un percorso profondo di ricerca e dialogo.
E poi i viaggi: India, Cina, Giappone, Africa, Polo Nord, Sud America. Esperienze che hanno cambiato il mio modo di ascoltare e di pensare la musica, mettendomi continuamente in contatto con culture, spiritualità e tradizioni lontane. In questo continuo andare e tornare, ritornare alla Sardegna, all’inizio delle cose, al suono primordiale della voce e della terra, è sempre un’emozione fortissima.
L’emozione più grande è proprio questa: sentire che una tradizione antichissima non viene musealizzata, ma continua a vivere, a trasformarsi, a dialogare con il presente. Non la porto sul palco come un reperto da conservare, ma come una materia viva, capace di confrontarsi con il jazz, con l’elettronica, con l’improvvisazione.
Ogni volta è come aprire una finestra tra tempi diversi: da una parte la memoria, le radici, il suono della terra; dall’altra la curiosità, la sperimentazione, il desiderio di spingersi oltre. In questo equilibrio nasce un’emozione profonda, perché senti che la tradizione non perde identità — anzi, si rafforza proprio quando viene messa alla prova in un contesto innovativo e contemporaneo.

 

Se dovessi invitare qualcuno che non conosce ancora i Tenores o la Sardegna musicale, cosa gli diresti per convincerlo a venire al concerto?

Gli direi di lasciarsi guidare dalla curiosità e di venire ad ascoltare qualcosa che difficilmente potrà trovare altrove. Il suono gutturale del tenore, insieme al timbro profondo e magnetico del clarinetto basso, crea un’atmosfera quasi oscura, “dark”, a tratti persino rock metallico; poi, all’improvviso, il lirismo delle voci nelle ballate si intreccia con il mio soprano e con una batteria pulsante, come in certi lavori di Peter Gabriel. Intorno, organi Hammond, droni elettronici e paesaggi sonori contemporanei: insomma, avete molti pretesti per venire e lasciarvi affascinare da un suono davvero unico. Se vuoi scoprire suoni ancestrali, danze vorticose, momenti di lirismo e un intreccio continuo tra tradizione e contemporaneità, questo concerto è un viaggio più che uno spettacolo.
È un’esperienza che parte dalla terra e arriva lontano: dalle voci profonde del canto a tenore alle trame del jazz, dall’elettronica che apre nuovi paesaggi sonori fino ai momenti più intimi, quasi sospesi, in cui il suono diventa respiro collettivo. Anche chi non conosce la Sardegna ne percepisce subito l’energia, la forza arcaica, la poesia.
Non serve avere riferimenti o conoscenze specifiche: basta ascoltare, dentro questa musica convivono memoria e improvvisazione, ritualità e libertà, radici e futuro ed alla fine ci si accorge che non è solo un concerto, ma un incontro autentico con un modo diverso di sentire il tempo, la voce e la comunità.