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INTERVISTA ESCLUSIVA A SCIPIONE SANGIOVANNI

Ott 21, 2026 | Intervista

Abbiamo intervistato Scipione Sangiovanni che, martedì 9 marzo 2027 ore 19.30 presso il Teatro Toniolo di Mestre, si esibirà nel concerto Omaggio a Fabrizio De André.

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Nel suo concerto la musica di Fabrizio De André viene riletta attraverso il pianoforte e accostata a repertori molto diversi. Qual è stata la sfida più complessa nel trasformare canzoni così legate alla parola in un racconto esclusivamente strumentale?

Ogni canzone è un oggetto complesso al quale partecipano almeno tre elementi: la musica, le parole e la voce del primo interprete. Trasformare un oggetto così complesso in un oggetto musicale decisamente meno complesso, dove l’unico elemento a propria disposizione è il suono, è un’operazione complicata facilmente destinata al fallimento. Bisogna tradurre partendo da una lingua ricchissima di vocaboli e di sfumature semantiche per giungere ad una lingua apparentemente più limitata. Eppure si può fare. Il mio intento è stato quello di non creare arrangiamenti delle canzoni di De André, ma trasfigurazioni, perché molto spesso per dire qualcosa di simile bisogna dire qualcosa di totalmente diverso. È come quando si traduce un proverbio: non lo si può fare in maniera letterale; bisogna ricorrere alle specificità del linguaggio di arrivo per non tradire quello di partenza.

 

Quali affinità ha riconosciuto tra la poetica di De André e quella di autori vissuti in epoche tanto lontane?

De André era sicuramente attratto dal mondo musicale medioevale; non a caso è stato definito “l’ultimo trovatore”. La sua musica è intrisa di sonorità assimilabili a quelle di quel periodo storico. Aggiungerei che, nonostante sia un creatore di ballate, ovvero di composizioni dove l’elemento musicale è al servizio del testo e dunque ha bisogno di essere lineare e semplice, De André si avvalse della collaborazione di compositori come Nicola Piovani e Gino Marinuzzi. Una buona parte della sua produzione più tarda è musicalmente sofisticata e complessa, con fattezze totalmente diverse da quella del De André dei capolavori giovanili.

 

De André è entrato nell’immaginario collettivo anche grazie a personaggi, storie e immagini indimenticabili. Quale brano o quale figura del suo repertorio le ha posto il problema interpretativo più stimolante?

Forse la sfida più grande è stata rappresentare Bocca di Rosa, personaggio meraviglioso dipinto da De André attraverso una delle sue canzoni più riuscite. Ne ho creato una versione che è fondata praticamente su una serie di variazioni su tema il cui scopo è rendere la vitalità insita nel brano originale ed evitare la ripetitività a cui sarei stato costretto se avessi rispettato la struttura di partenza.

 

Il programma si conclude con la potenza evocativa di O Fortuna. Quale significato assume questa pagina all’interno del racconto costruito durante il concerto?

De André era un’esistenzialista ed un’umanista. “O fortuna” è, a mio parere, un inno esistenzialista, in cui il narratore esprime le proprie emozioni di sgomento e meraviglia di fronte all’immensità ed alla fragilità della condizione umana, tematica ben cara allo stesso De André. Egli, a suo modo, era un ateo profondamente religioso.

 

Quale volto di Fabrizio De André vorrebbe far riscoprire al pubblico attraverso questo omaggio?

Non so esattamente quale volto di De André possa risultare dal mio concerto. Credo più che altro che ne esca fuori il mio volto frammisto al suo; mi piace pensare che i nostri lineamenti si fondano e ne esca fuori un nuovo volto, quasi come se fosse una nostra creatura comune. Il mio è un omaggio appassionato ad un cantautore che mi accompagna dall’infanzia, da quando mia madre mi faceva ascoltare le sue canzoni; è un piccolo segno di gratitudine ad un artista che ha contribuito molto alla formazione della mia sensibilità. Questo concerto è ciò che io sono riuscito a restituire di tutto ciò che lui mi ha donato.

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