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Intervista al Trio Baraldi, Barutti e Marzorati

Set 7, 2026 | Senza categoria

Abbiamo intervistato il Trio Baraldi, Barutti e Marzorati che sarà in concerto giovedì 29 aprile 2027 alle ore 19.30 presso il Teatro Toniolo di Mestre.
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Il programma accosta due capolavori della letteratura cameristica: il Trio op. 100 di Schubert e il Trio “Dumky” di Dvořák. Quale filo espressivo avete individuato tra queste due opere?

Marzorati: La cosa che ci ha colpito è proprio che, apparentemente, siano due mondi molto diversi, ma in realtà abbiano una profondità emotiva che li avvicina moltissimo. Schubert ci porta in una dimensione molto intima, quasi contemplativa, ma improvvisamente questa intimità si apre e diventa slancio, movimento, energia. Non è mai un mondo chiuso in se stesso.

Baraldi: E curiosamente succede qualcosa di simile anche in Dvořák, ma quasi al contrario. Nel Dumky c’è una componente molto legata alla danza, al ritmo, a una dimensione popolare e vitale, però dentro queste danze compaiono momenti di grande raccoglimento, quasi sospesi.

Barutti: Sì, è come se i due compositori si scambiassero continuamente le carte. In Schubert, dentro la contemplazione irrompe la vita; in Dvořák, dentro la vita e il movimento arriva improvvisamente la riflessione. E forse è proprio questa alternanza che ci interessa come trio: non voler essere una cosa sola, ma poter passare dall’interiorità all’estroversione, dal raccoglimento al gesto più libero.

Marzorati: E questo, in fondo, ci riguarda anche personalmente. Ognuno di noi ha una parte che conosciamo bene e una parte che magari emerge meno spesso. Questo repertorio ci permette di incontrare anche quella parte più inattesa di noi.

 

Entrambi i trii alternano momenti di profonda intensità lirica a improvvisi cambiamenti emotivi. Come costruite insieme una narrazione condivisa, preservando la voce individuale di ciascuno strumento?

Barutti: Credo che il punto sia proprio ascoltarsi continuamente. In un trio non basta sapere perfettamente la propria parte: bisogna capire dove sta andando l’altro, intuire il suo respiro, lasciargli spazio e allo stesso tempo avere il coraggio di intervenire.

Baraldi: E questo crea una sorta di conversazione. Non necessariamente siamo tutti d’accordo nello stesso momento! (ride) A volte uno propone qualcosa e gli altri due lo seguono, altre volte qualcuno reagisce e cambia completamente la direzione.

Marzorati: Anche perché ciascuno di noi porta un modo diverso di stare dentro la musica. Io tendo forse a cercare un equilibrio tra abbandono emotivo e una certa lucidità nella costruzione. Roberto ha una capacità straordinaria di rendere il suono immediatamente comunicativo, e Giuseppe ha una fantasia che può portare la musica in direzioni impreviste.

Barutti: Però attenzione, perché poi succede anche il contrario. (ride) Roberto, che spesso associamo a un’eleganza molto controllata, in questo repertorio può lasciar emergere una componente molto più istintiva, energica, quasi sanguigna.

Baraldi: Finalmente qualcuno lo dice! (ride)

Marzorati: E Giuseppe, che ha una natura molto immaginativa, può invece trovare nei momenti più sospesi una dimensione estremamente analitica e meditativa. Io credo che sia proprio questo gioco di scambi a rendere interessante il nostro trio: non essere prigionieri del proprio carattere, ma permettere alla musica di far emergere anche qualcosa che normalmente teniamo più nascosto.

 

Nel Dumky di Dvořák convivono malinconia, slancio e suggestioni popolari. Qual è la sfida più affascinante nell’interpretare una musica attraversata da contrasti così marcati?

Baraldi: Forse proprio evitare di considerare questi contrasti come qualcosa di artificiale. Nel Dumky la malinconia e la vitalità non sono due mondi separati: convivono naturalmente.

Barutti: Esatto. La danza può diventare improvvisamente pensiero, e un momento quasi doloroso può trasformarsi in energia. È una musica che non ti permette di stabilirti comodamente in un’unica emozione.

Marzorati: E questa è una delle cose che più ci affascinano. Bisogna essere molto precisi, ma allo stesso tempo avere una certa libertà. Se controlli troppo, perdi la spontaneità; se lasci andare tutto, perdi la struttura. È una musica che richiede contemporaneamente disciplina e istinto.

Baraldi: E poi c’è il problema del carattere. Non basta “fare” una danza: bisogna trovare un modo autentico di sentirla, senza trasformarla in una caricatura del folklore.

Barutti: In fondo è una questione di verità. Ogni cambio d’umore deve sembrare inevitabile, come accade nella vita: possiamo essere malinconici e un attimo dopo avere voglia di ridere, possiamo essere immersi nei nostri pensieri e improvvisamente sentire il bisogno di uscire da noi stessi.

 

Nella mattinata incontrerete gli studenti direttamente nelle scuole. Come racconterete a un pubblico giovane il dialogo e l’ascolto reciproco che sono alla base della musica da camera?

Marzorati: Probabilmente non partiremo da definizioni troppo teoriche. Cercheremo soprattutto di far sentire ai ragazzi cosa significa ascoltare davvero qualcun altro.

Barutti: Possiamo far vedere concretamente che cosa succede quando uno strumento propone un’idea e gli altri la raccolgono, la trasformano o la contrastano. È un dialogo, proprio come quando si parla.

Baraldi: E magari faremo anche qualche esempio in cui si capisce immediatamente che, se uno dei tre smette di ascoltare, la musica non funziona più. (ride)

Marzorati: Sì, perché la musica da camera ha una cosa molto bella: nessuno può nascondersi completamente. Non c’è un direttore che decide per tutti. Devi assumerti la responsabilità di quello che fai, ma anche essere pronto a modificarti in funzione degli altri.

Barutti: E questo per i ragazzi è un messaggio molto concreto, anche al di là della musica. Ascoltare non significa semplicemente stare zitti mentre parla qualcun altro. Significa essere abbastanza attenti da lasciarsi modificare da ciò che l’altro sta dicendo.

Baraldi: Che poi è anche il motivo per cui continuiamo a suonare insieme: ogni volta che ci incontriamo, qualcosa cambia.

 

Che cosa sperate rimanga agli ascoltatori dopo aver attraversato, nella stessa serata, i mondi musicali di Schubert e Dvořák?

Marzorati: Mi piacerebbe che rimanesse soprattutto una sensazione di aver attraversato qualcosa. Non necessariamente che il pubblico esca pensando di aver “capito” tutto, ma che abbia vissuto un percorso emotivo.

Baraldi: E magari anche una sorpresa: scoprire che Schubert non è soltanto introspezione e che Dvořák non è soltanto energia e colore.

Barutti: Sì, perché entrambi ci ricordano che dentro una persona possono convivere dimensioni completamente diverse. La malinconia non esclude la gioia, la razionalità non esclude l’abbandono, la leggerezza non esclude la profondità.

Marzorati: E forse questo è anche quello che cerchiamo noi tre quando suoniamo insieme. Non uniformarci. Anzi, conservare le nostre differenze e usarle per creare qualcosa che individualmente non potremmo creare.

Baraldi: In questo senso Schubert e Dvořák ci somigliano più di quanto sembri.

Barutti: E speriamo che, alla fine, questa alternanza tra intimità e slancio, tra silenzio e movimento, rimanga anche nel pubblico. Come una specie di eco.

Marzorati: Sì. Un’eco emotiva, più che una risposta precisa.

Baraldi: Che forse è la cosa migliore che possa lasciare la musica.

Barutti: Assolutamente.

 

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