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INTERVISTA AL QUINTETTO PERDIFIATO

Set 7, 2026 | Intervista

Abbiamo intervistato il Quintetto Perdifiato che sarà in concerto martedì 23 marzo 2027 alle ore 19.30 presso il Teatro Toniolo di Mestre.
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Classico in Blue mette in dialogo la tradizione russa, il jazz e il “Nuovo Mondo”. Come è nata l’idea di riunire questi universi musicali in un unico programma?

In realtà l’idea è nata proprio dalla curiosità di mettere insieme mondi che sembrano lontani, ma che ascoltando bene hanno molti punti di contatto.
Si parte dalla grande tradizione russa con Rimskij-Korsakov e il suo Quintetto Opera Postuma, una pagina che trovo di una raffinatezza e di una bellezza straordinarie. Poi, con Šostakovič, il linguaggio cambia e cominciano ad affacciarsi ritmi, colori e suggestioni più vicine al jazz e alla musica popolare, ma sempre con la sua inconfondibile personalità. E poi si arriva a Gershwin con la Rapsodia in Blue, che è forse l’esempio più evidente di questo incontro: da una parte la grande tradizione musicale europea, dall’altra l’energia e la libertà del jazz americano.
Ci piaceva proprio l’idea di accompagnare il pubblico in questo viaggio, dalla Russia all’America, ma soprattutto da un linguaggio musicale all’altro. E forse è proprio questo il senso di Classico in Blue: vedere cosa succede quando la musica classica incontra il ritmo, il colore e la libertà del jazz.

 

Nel concerto si passa dalle atmosfere russe alla travolgente energia di Gershwin: qual è il momento che aspettate con più curiosità e che vorreste far scoprire al pubblico?

Credo che la cosa più bella sarà proprio vedere come, durante il concerto, cambiano poco alla volta i colori e l’energia della musica.
Naturalmente aspettiamo con particolare emozione la Rapsodia in Blue di Gershwin. È un brano conosciutissimo, travolgente, quasi un’icona. Ma ascoltarlo nella versione per pianoforte e fiati è un’esperienza un po’ diversa: acquista una dimensione più cameristica e, secondo me, anche più sorprendente.
Personalmente, però, sono molto curioso anche di vedere come il pubblico vivrà l’intero percorso. Mi piacerebbe che Rimskij-Korsakov, Šostakovič e Gershwin non venissero percepiti come tre mondi completamente separati, ma che si riuscissero a cogliere quei piccoli fili che li collegano: il colore, il ritmo, una certa teatralità, il desiderio di raccontare qualcosa attraverso la musica.
Alla fine, credo che sia proprio questa la cosa che vorremmo far scoprire: che la musica può cambiare epoca, linguaggio e persino continente, ma quando è autentica riesce ancora a parlarci in modo diretto.

 

La vostra formazione accosta flauto, clarinetto, corno e fagotto al pianoforte. Quali possibilità timbriche offre questo organico e come avete lavorato per trovare un’identità sonora comune?

È un organico davvero particolare, e proprio per questo offre una ricchezza di colori incredibile. Ogni strumento ha una personalità molto forte: il flauto, il clarinetto, il corno, il fagotto e poi il pianoforte, che può essere ritmico, armonico, ma anche avere quasi una funzione orchestrale.
La parte più interessante, però, è cercare di far convivere tutte queste personalità. E qui, secondo me, la parola chiave è ascolto. In prova non si tratta semplicemente di suonare insieme, ma di capire continuamente chi deve emergere, chi deve fare un passo indietro, chi deve raccogliere un’idea musicale e magari passarla a un altro strumento. È un gioco di equilibri che cambia continuamente.
Anche il pianoforte ha un ruolo molto importante. Può essere il collante del gruppo, ma deve anche sapersi tirare indietro quando è il momento di lasciare spazio ai fiati e ai loro colori.
Alla fine cerchiamo proprio questo: che il pubblico non pensi più a cinque strumenti diversi, ma abbia la sensazione di ascoltare un unico organismo musicale, capace però di cambiare continuamente colore e carattere.

 

La Rapsodia in Blue nasce dall’incontro tra tradizione colta e jazz. Che cosa può rivelare di nuovo una versione cameristica di una pagina tanto celebre?

Proprio perché la Rapsodia in Blue è una pagina così conosciuta, credo che ascoltarla in una versione cameristica possa essere una sorpresa anche per chi la conosce bene.
Siamo abituati al grande suono orchestrale, al suo impatto immediato… qui, invece, il rapporto tra il pianoforte e i singoli strumenti a fiato è molto più diretto! Si ascoltano meglio le diverse voci, i richiami, le risposte, i piccoli dettagli che nella versione orchestrale potrebbero magari passare in secondo piano.
Non è quindi una versione che toglie qualcosa all’originale ma è semplicemente un altro modo di ascoltarla. Un po’ come avvicinarsi a un quadro: da lontano ne cogli l’insieme, ma avvicinandoti cominci a scoprire particolari che prima non avevi notato.
E c’è poi un aspetto che mi piace moltissimo: in un gruppo così piccolo il carattere jazzistico diventa ancora più legato al dialogo tra i musicisti. Bisogna ascoltarsi continuamente, respirare insieme, lasciarsi spazio. E così la Rapsodia diventa quasi una conversazione tra cinque strumenti, con tutta la sua energia e quella libertà che la rende ancora oggi così affascinante.

 

Il titolo “a Perdifiato” suggerisce energia, movimento e anche una certa leggerezza. Quanto rispecchia il vostro modo di vivere e comunicare la musica?

Direi che ci rispecchia parecchio! Già il nome nasce da un gioco di parole molto semplice: siamo un gruppo di fiati, quindi “Perdifiato” ci stava… ma, in fondo, racconta anche abbastanza bene il nostro modo di suonare.
A noi piace prendere la musica sul serio, questo è fuori discussione; studiamo, proviamo, cerchiamo di curare ogni dettaglio. Però non credo che per fare musica seriamente si debba per forza essere seri… nel senso di essere rigidi o austeri!
Quando saliamo sul palco ci piace divertirci, ascoltarci, prenderci anche qualche rischio e soprattutto creare un rapporto diretto con chi è lì ad ascoltarci. Se noi per primi ci divertiamo, credo che qualcosa di quella energia arrivi anche al pubblico. E poi “a perdifiato” dice proprio questo: suonare con slancio, senza risparmiarsi troppo… magari arrivando alla fine del concerto un po’ senza fiato davvero! Ecco, forse è proprio questa la parte del nome che ci rappresenta di più.

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