
Intervista a Yuki Serino
Abbiamo intervistato Yuki Serino che sarà in concerto con Martin Nöbauer martedì 15 dicembre 2026 alle ore 19.30 presso il Teatro Toniolo di Mestre.
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Il progetto triennale dedicato alle sonate di Beethoven entra nel suo secondo capitolo. Dopo il lavoro compiuto nella prima stagione, come è cambiato il suo rapporto con questo repertorio?
Questo è un repertorio che viene eseguito davvero raramente su strumenti originali, e poter esplorare l’evoluzione dello stile musicale insieme a questi strumenti è per me una grande fonte di motivazione, curiosità e interesse.
Non credo ci siano stati grandi cambiamenti nel mio rapporto con questo repertorio, se non una cosa: la voglia di scavare sempre più a fondo, che continua a crescere man mano che cresco anche io!
Le tre sonate in programma mostrano volti molto diversi di Beethoven. Come ha costruito il percorso narrativo del concerto?
È sempre stato un sogno per me poter aprire il concerto con la Quinta Sonata e chiuderlo con la Settima.
Come si può vedere, in questo progetto triennale abbiamo seguito un ordine cronologico, ma credo che la struttura del programma di quest’anno sia, tra le tre, quella che restituisce maggiormente l’idea di una vera e propria “storia”.
Il percorso si apre con la freschezza e la vitalità della Primavera, per poi condurci, attraverso un’evoluzione sempre più intensa, fino alla drammaticità della Settima Sonata in do minore, spesso dai tratti quasi “cupi”.
L’utilizzo del fortepiano modifica profondamente l’equilibrio sonoro tra i due strumenti. Quali possibilità interpretative le offre il dialogo con Martin Nöbauer e con uno strumento storico?
Come dicevo prima, è un repertorio che viene eseguito piuttosto raramente su questi strumenti. Anche se mi capita spesso di suonare con strumenti antichi, ciò che ancora oggi mi emoziona ogni volta è la quantità e la varietà di colori che riescono a creare.
Ognuno ha una propria personalità e caratteristiche molto diverse, e per me è una grande sfida cercare di coglierne la natura, ascoltarne le peculiarità e adattare il mio modo di suonare per riuscire a creare un dialogo.
Lei e Martin Nöbauer condividete questo percorso da tempo. Come si è evoluta la vostra intesa e che cosa cercate oggi l’uno nell’ascolto dell’altra?
La nostra intesa si è evoluta molto negli anni, e credo che non si sia sviluppata soltanto durante le prove, ma anche conoscendoci come persone.
Entrambi abbiamo una grande volontà di crescere, come musicisti e come persone, a 360 gradi, e credo che siano proprio le idee che condividiamo ad averci unito sempre di più anche musicalmente: la curiosità e la voglia di conoscere, il desiderio di approfondire la musica, di essere onesti e rispettosi nei suoi confronti, senza però rinunciare alla nostra personalità, e soprattutto la voglia di continuare a ricercare.
Penso che tutto questo, negli anni, abbia reso il nostro rapporto musicale sempre più profondo.
Nella mattinata aprirete la prova agli studenti del territorio. Quale aspetto del lavoro quotidiano di un musicista vorrebbe far scoprire ai ragazzi attraverso questa esperienza ravvicinata?
Io ho 20 anni e, fino a pochi anni fa, andavo a scuola anche io.
Credo ci sia una cosa che a scuola non si può davvero insegnare, perché impossibile: quanto la musica, per noi, possa diventare parte della vita quotidiana.
Io mi sveglio ogni mattina con la musica già nella testa e, ancora assonnata, prendo in mano il violino. Non significa che sia sempre qualcosa che ho voglia di fare, ma è diventato un bisogno naturale, un po’ come lavarsi la faccia al mattino: qualcosa che fa parte di me e che sento di portare con me per tutta la vita.
Se mi vedete fare una passeggiata, molto probabilmente mi sentirete cantare; se mi vedete persa nei miei pensieri, quasi sicuramente avrò anche della musica che mi gira per la testa.
Per me la musica è come una seconda casa: un luogo sicuro in cui rifugiarmi, cercare conforto e sentirmi davvero a mio agio.
È una sensazione che ho cercato di raccontare anche quando andavo scuola, ma che a volte veniva percepita semplicemente come qualcosa di strano, difficile da comprendere.
E proprio per questo mi piacerebbe riuscire ad avvicinare i ragazzi a questo mondo, e far capire loro che la musica può diventare molto più di una materia da studiare a scuola: può diventare una parte della propria vita, una sorta di “seconda casa” in cui tornare ogni volta che se ne sente il bisogno.
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